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Lubbio e Michele erano due amici inseparabili. Purtroppo quasi un anno fa Michele (il gatto grigio) si e’ ammalato e un brutto tumore ce lo ha portato via, aveva 8 anni. Lubbio era cresciuto con lui, erano molto legati e quando e’ rimasto solo ha iniziato a cambiare comportamento, gli mancava il compagno..come mancava a noi d’altra parte. Pensiamo che non sia un caso che proprio in questo periodo di depressione Lubbio si sia ammalato: ha iniziato con un semplice raffredore, poi con la febbre alta e difficolta’ a respirare. Le prime cure omepatiche della dottoressa Alda Grossi non davano risultati e noi per abbassare la febbre, che era arrivata a 41, abbiamo fatto una cura di antibiotici. Il gatto ha iniziato effettivamente a stare meglio ma dopo il ciclo di antibiotici la situazione e’ tornata esattamente come prima! A quel punto Alda ci ha prescritto delle analisi da fare e abbiamo scoperto che il gatto era FELV positivo. La dottoressa Grossi ci ha dato i rimedi per fronteggiare la malattia e per tirarlo su di morale.

Il risultato? Sono passati 7 mesi e Lubbio si e’ ripreso alla grande! Seguendo alla lettera i consigli della dottoressa e “ascoltando” di piu’ il nostro gatto, abbiamo raggiunto degli ottimi risultati. Il gatto non ha avuto piu’ ricadute, mangia ed e’ di nuovo bellissimo, e’ diventato un gatto socievole e ha ripreso la sua vita spensierata.

Nelle foto si vedono Lubbio, Michele e il loro forte legame. Mentre nelle ultime due si vede Lubbio da solo: sono state scattate qualche giorno fa e sembra un gatto in perfetta salute.

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Il detto: “Siamo ciò che mangiamo” vale anche per i nostri quattro zampe.

Alimentereste vostro figlio con merendine, prodotti industriali, e pasti del McDonald? Bene, è quello che oggi, fin dallo svezzamento, viene consigliato di fare per tutti gli animali domestici. Come non bastasse, vengono prescritti mangimi speciali per “curare” sintomi (diarrea, prurito cutaneo, problemi renali, aumento del peso corporeo, ecc..).Questi ultimi costituiscono segnali precisi che andrebbero invece considerati adeguatamente!

Esiste una folta bibliografia d’oltremanica che conferma e supporta la mia esperienza di campo nel riportare l’animale ad alimentarsi con cibo vero, il più vicino possibile alla forma che troverebbe in natura: carne o pesce crudi o sbollentati con aggiunta di una fonte di carboidrati digeribili (es. riso soffiato).

I benefici sono molteplici: dall’aumento della vivacità, alla risoluzione di tutti i problemi cutanei, intestinali, epatici, renali, ecc.

Difatti con l’alimentazione naturale si fornisce cibo “vivo”, ancora portatore di energia (gli atomi vibrano ancora), e si regola il pH intorno ai parametri dell’acidità piuttosto che dell’alcalinità.

Tutti i carnivori (cani, gatti, furetti, ecc.) hanno globalmente un pH acido. Con l’alimentazione industriale, il pH tende a valori sempre più alcalini ed ecco una delle cause maggiori di disfunzione del “sistema cane/gatto”.

Parlo di “sistema” perchè tutti gli organismi superiori sono in realtà dei sistemi viventi complessi, nei quali vivono miliardi di micro e macroorganismi saprofitici. Uno dei parametri principali, responsabile dello sviluppo di un dato tipo di flora microbica, piuttosto che di un altro, è il pH.  Con un pH acido si selezionerà un tipo di flora adatto al metabolismo del sistema carnivoro, viceversa con quello alcalino (o basico) sarà adatto al sistema erbivoro.

Non è infrequente che, in pazienti nefropatici, somministrando il giusto alimento che madre natura (e non l’azienda xy) ci propone, si ristabiliscano i parametri renali nel giro di poche ore/giorni. E la clinica ci conferma che nella terapia del paziente nefropatico, si somministrano degli acidificanti per le urine. Ma perchè si deve arrivare a ciò, quando una sana, bilanciata e gustosa alimentazione casalinga garantisce il benessere ed il mantenimento della salute dei nostri quadrupedi?

Per chi fosse interessato ad un piano alimentare casalingo e bilanciato, nonchè ad avere idee su come potersi organizzare per non cucinare tutti i giorni per i propri animali, andate alla pagina Contatti e telefonatemi o scrivetemi.

La salute parte da ciò di cui ci alimentiamo, e questo vale anche per gli animali.

 

 

 

 

 

 

 



LIONE Il futuro dell’ oncologia e dell’ omeopatia sta in una sola parola, “complementarietà”. Ad essa guardano con la consapevolezza dei limiti da superare gli oncologi, i medici di medicina generale, i farmacisti, i sociologi e gli omeopati di diverse nazionalità intervenuti alla conferenzadibattito dal titolo “Oncologia, cure di sostegno e omeopatia” che Boiron ha organizzato di recente alla Facoltà di medicina e maieutica Charles Mérieux. In Europa oltre un terzo dei pazienti colpiti da un cancro utilizza le medicine complementari, in Francia quasi il 60%. L’ omeopatia integra le cure tradizionali nel 37% dei casi di tumore al seno. L’ omeopatia guarisce il tumore? «Certamente no, lo sappiamo, ma fornisce un contributo: riduce la fatica, allevia gli effetti collaterali della chemio, aiuta i pazienti a non essere costretti ad interrompere le terapie a causa del vomito, delle mucositi e di tanti altri disturbi che fanno star peggio del tumore stesso», afferma Jean-Claude Karp, medico generalista consulente omeopata nel Servizio di oncologia e radioterapia dell’ ospedale di Troyes. Gli fa eco Jean-Philippe Wagner, oncologo medico al Robertsau di Strasburgo: «Noi oncologi guardiamo il tumore, l’ omeopata guarda il paziente, questa sorta di delega spaventa gli oncologi, in realtà si aiuta il malato a vivere meglio». Uno studio condotto dal 2005 al 2008 dalla sociologa Anne-Cécile Bégot ha rivelato come l’ angoscia, le carenze delle medicine tradizionali, gli effetti collaterali e la mancanza di ascolto siano i motivi per cui i malati scelgono di integrare la terapia con le cure omeopatiche. Nella maggior parte dei casi tutti i trattamenti vengono somministrati in ospedale, non tutti i pazienti però hanno accesso alle cure di sostegno – dicono i medici – inoltre il malato oncologico trascorre il 90% del suo tempo a casa. Occorre quindi sensibilizzare la filiera tradizionale medica: l’ oncologo, il medico di famiglia, il farmacista, sviluppando un rete ospedaleterritorio di cui faccia parte integrante l’ omeopata. «I farmacisti vedono tutti i giorni i clienti-pazienti con patologie croniche, molti di essi ci chiedono “come mai il mio medico non mi ha parlato di questa opportunità di cura per aiutarmi”? – racconta Francois Roux, farmacista a Toulouse – quello di consulenti per le cure di sostegno è un modo per collaborare nella filiera». Da qui sembra lontano il tempo in cui l’ omeopatia si contrapponeva alla medicina con un approccio settario da entrambi i lati, ma resta un ultimo passo, tutt’ altro che secondario, perché entri in ospedale in piena legittimità: la prova di efficacia. Qui le strade si differenziano per questioni di metodo: «Arriveranno i dati – affermano i ricercatori Boiron – con nuove metodologie che indagano per fasci di prova (somma di sperimentazioni mirate, ndr) anziché su studi randomizzati in doppio cieco, non adatti all’ omeopatia». Resta da vedere se la comunità scientifica nel suo complesso sarà disposta ad accettare tale modalità come “prove”.

tratto da Repubblica del 07 febbraio 2012 —   pagina 32   sezione: SALUTE di  MARIAPAOLA SALMI

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2012/02/07/tumori-effetti-collaterali-da-chemio-omeopatia.html


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